• A sinistra: Renato Perrini, consigliere regionale Fratelli d’Italia
• A destra: Giacomo Conserva, consigliere regionale Lega

Nuova inchiesta giudiziaria a Massafra. La procura di Taranto ha aperto un’indagine sulle presunte firme false raccolte per la presentazione delle liste alle ultime elezioni comunali. Quattordici le persone finite sotto inchiesta: tra loro anche i consiglieri regionali Giacomo Conserva (Lega) e Renato Perrini (Fratelli d’Italia), accusati di aver autenticato elenchi di sottoscrizioni contenenti irregolarità.

Secondo gli inquirenti, tra le firme validate comparirebbero nominativi di cittadini ignari, oltre a quella di un non vedente impossibilitato a firmare. La contestazione riguarda il reato di falso ideologico in atto pubblico, che si configura solo in presenza di dolo, cioè della volontà di attestare il falso.

L’inchiesta

L’indagine, coordinata dalla procura tarantina e affidata alla Digos, mira a chiarire se ci sia stato un sistema organizzato di “firme fantasma” utilizzato per raggiungere il numero necessario alla presentazione delle liste. Il caso si inserisce in un più ampio filone di indagini sulla regolarità delle procedure elettorali nel territorio ionico.

Le reazioni

Al momento da parte di Renato Perrini non è giunta alcuna dichiarazione.

Ha invece parlato Giacomo Conserva, che ha respinto le accuse:

«Si tratta di situazioni che possono verificarsi durante la raccolta firme. Io sono andato a Massafra, i coordinatori del partito mi avevano fatto trovare circa 250 persone per firmare. Mi sono seduto e, man mano che venivano le persone, ho autenticato. Mi si contestano 6 firme sulle circa 250 autenticate. Quindi parliamo di un numero molto limitato rispetto al complessivo. Se vi è stata un’irregolarità, è riconducibile a una leggerezza, a una negligenza, come il non aver controllato con attenzione i documenti di chi firmava, ma non certo a un dolo. Il reato contestato richiede infatti come elemento psicologico il dolo, cioè la coscienza e la volontà di attestare il falso. È evidente che in questo caso non c’è.

L’unica mortificazione, che mi fa arrabbiare, è che la vicenda emerga proprio in prossimità della campagna elettorale, rischiando di screditare la mia persona. Per il resto sono sicuro che la vicenda si concluderà nel migliore dei modi, perché la magistratura conosce bene il reato contestato e sa quali siano i presupposti necessari».

Luciana Convertini

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