Intervento del Presidente, Arch. Paolo Bruni, alla Seconda Giornata sulla Rigenerazione Urbana , tenutasi a Taranto il 27 marzo 2026 presso il Dipartimento Jonico dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”.

Taranto, laboratorio di futuro: rigenerare le città per ricostruire il Paese
CS
Il tema della rigenerazione urbana è oggi il crinale su cui si gioca la credibilità della nostra professione e il futuro dei nostri territori. A livello nazionale, la sfida che ci attende ha un nome preciso: la Rigenerazione Urbana. Non possiamo più permetterci di pensare alla crescita delle nostre città come a un’espansione indefinita verso l’esterno. Rigenerare significa “curare” il tessuto esistente, intervenendo sulle periferie degradate e sul patrimonio edilizio obsoleto per trasformarli in organismi vivi, sostenibili e sicuri. Dobbiamo dircelo con chiarezza: la stagione dell’espansione edilizia indiscriminata è finita. Siamo chiamati a un cambio di paradigma radicale. Come architetti, siamo convinti che il futuro delle nostre città debba essere necessariamente affrontato in chiave di rigenerazione urbana per affermare un modello di bene comune che ha l’obiettivo di generare un impatto positivo ecologico, economico e sociale. Questa non è solo una dichiarazione d’intenti, ma una bussola metodologica: non parliamo solo di efficienza energetica o di “maquillage” urbano: rigenerare significa curare il metabolismo delle nostre città con il riuso del suolo, promuovendo l’economia circolare applicata all’edilizia e la resilienza ai cambiamenti climatici, sicuramente uno degli aspetti più importanti nell’ottica della pianificazione contemporanea e, soprattutto, in una visione orientata ad una maggiore coesione sociale e ad un migliore benessere quotidiano. Nell’ottica di revisione e soprattutto di contenimento del consumo del suolo, i temi della rigenerazione urbana diventano temi di primaria importanza, favorendo nuove sfide, dove le città devono poter costruire il proprio futuro. Un futuro che non riguarda solo l’aspetto edilizio ed urbanistico, ma soprattutto sociale, ricostruendo legami e relazioni. È quindi evidente il valore strategico e il ruolo della nostra professione di architetti, con questa duplice veste, tecnica e umanistica, e che mette al servizio delle città e delle comunità le proprie competenze, riportando al centro i valori umani. Una strategia integrata, capace di tenere insieme ambiente, coesione sociale, sviluppo economico e diritti di cittadinanza. E spostando lo sguardo sulla nostra realtà, Taranto rappresenta oggi uno dei laboratori urbanistici più complessi e stimolanti d’Europa. Questa città richiede una visione che sappia ricucire il rapporto tra l’industria, il mare e il centro storico. A tal punto, il nostro Ordine si è fatto promotore, attraverso le commissioni urbanistica e beni culturali, di un documento nel quale impone una costante vigilanza sulla qualità delle trasformazioni urbane, affinché ogni intervento risulti coerente con la storia, l’identità e la pianificazione del territorio. La città vecchia di Taranto costituisce un organismo urbano complesso, fragile e di inestimabile valore, che richiede un approccio fondato su rigorosi criteri di restauro e rigenerazione urbana. Una nuova visione strategica della città vecchia che non può non prescindere dal valore e dal modello di pianificazione pubblica e scientifica, di tutela, presidio e conservazione, affermato con il piano di risanamento e restauro conservativo redatto dall’arch. Blandino, il quale intravede una visione strategica della città vecchia che non corrisponde solo al restauro e al risanamento conservativo e che comunque prescinde dalle nuove eventuali funzioni insediabili. Da qui il richiamo al Codice dei Beni culturali e del Paesaggio, che nel D. Lgs. 42/2004 include tra i beni paesaggistici anche i centri e i nuclei storici, considerati immobili ed aree di notevole interesse pubblico da tutelare e valorizzare.
Rigenerare Taranto significa, quindi, anche assumersi la responsabilità storica della città.
La responsabilità civile qui si manifesta nel saper dialogare con il preesistente senza stravolgerlo, evitando una “gentrificazione” che espella i residenti storici, ma promuovendo un’inclusione che mantenga vivo il tessuto sociale originario. La rigenerazione di Taranto non può essere solo un restyling estetico, ma deve fondarsi su: bonifica e riconversione delle aree dismesse, valorizzazione del patrimonio storico del Centro storico nonché integrazione del verde pubblico come infrastruttura sociale necessaria. Taranto è un caso di studio emblematico. La nostra città vive una dicotomia profonda: un patrimonio storico e naturalistico immenso che collide con le ferite del passato industriale. La rigenerazione qui deve significare “ricucitura”. Dobbiamo trasformare i vuoti urbani e le aree di frangia in nuovi spazi di centralità. Per Taranto, rigenerare significa dare una nuova identità al Mar Piccolo, ripensare la densità del Borgo e restituire dignità alle periferie, trasformandole da “dormitori” a quartieri integrati. La responsabilità civile di noi architetti non si esaurisce nel rispetto delle norme tecniche o nella garanzia decennale sulle opere. Essa si declina oggi nella dimensione fondamentale che è quella che considera l’architetto come garante della salute pubblica, perché rigenerare non è solo abbattere e ricostruire, ma bonificare. A Taranto, la responsabilità civile del progettista si misura sulla capacità di risanare territori feriti, garantendo il diritto dei cittadini a vivere in ambienti sani. Ogni nostra scelta materica e tecnologica è un atto di responsabilità verso la salute delle generazioni presenti e future. Esiste una responsabilità civile nel contrastare il degrado estetico. La bellezza ha una funzione etica che non è un lusso, ma un diritto sociale. Progettare spazi pubblici di qualità nelle periferie significa combattere l’emarginazione e il senso di abbandono. La “buona architettura” genera senso di appartenenza e riduce i fenomeni di vandalismo e isolamento sociale: questo è il primo impatto civico del nostro lavoro. Infine, vi è una responsabilità civile nei confronti del pianeta. Ogni metro cubo di suolo risparmiato e ogni edificio efficientato è un atto di rispetto verso il “bene comune” ambiente. Siamo i custodi di risorse non rinnovabili e la nostra etica professionale ci impone di operare con la massima parsimonia e intelligenza rigenerativa. La rigenerazione urbana su scala nazionale deve smettere di essere una sommatoria di interventi episodici per diventare una strategia di sistema. Nonostante la necessità impellente di dotare le città di nuovi piani urbanistici generali, coerenti ed adeguati alle necessità del vivere quotidiano, ci si rende conto che dal documento programmatico preliminare alla definitiva approvazione gli iter procedurali sono lunghi, travagliati, farraginosi e molto spesso non più coerenti con le visioni iniziali. Tuttavia, la nostra visione ha bisogno di gambe solide su cui camminare. Il confronto di oggi deve servire a sollecitare con forza il legislatore verso riforme non più rimandabili. È fondamentale che il legislatore vari al più presto una Legge Nazionale sulla Rigenerazione Urbana preliminarmente che sappia ricomporre la frammentazione delle varie normative regionali o leggi deroga, con tutte le varie complicazioni che le stesse hanno procurato e procurano, semplifichi le procedure burocratiche, spesso vero ostacolo all’innovazione, definisca incentivi fiscali strutturali per chi investe nel recupero dell’esistente. Non si tratta solo di “costruire”, ma di “abitare il futuro” con responsabilità. Come architetti, siamo pronti a fare la nostra parte, mettendo le nostre competenze al servizio del territorio e della comunità. Il superamento della “Burocrazia Blocca-Cantieri”, poiché serve una certezza dei tempi che possa consentire ai professionisti di progettare e alle imprese di investire. Il DDL attualmente in discussione al Senato rappresenta un passaggio decisivo per il paese. Ricostruire, di fatto, un nuovo impianto legislativo, chiaro, snello, efficace, significa superare la datata legge urbanistica del 1942 ed affiancare e soprattutto favorire il percorso di approvazione di una “Legge per l’Architettura” che il Consiglio Nazionale Architetti e l’intera categoria considerano un passaggio imprescindibile per il Paese. Una legge che riconosca la qualità del progetto, come interesse pubblico, che ponga le basi per politiche strutturali, capaci di orientare in modo organico le trasformazioni delle città e dei territori. Come architetti, siamo pronti a fare la nostra parte, mettendo le nostre competenze al servizio del territorio e della comunità. La nostra firma su un progetto non è solo un atto burocratico, ma una promessa di cura verso la cittadinanza. Non siamo semplici esecutori, ma intellettuali tecnici capaci di tradurre i bisogni sociali in spazi di vita.

















